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Presentiamo in questa sezione due contributi sulla conservazione e restauro dei beni demo-etno-antropologici: il primo è un testo a cura di Elisa Bellato e Iolanda Da Deppo, antropologhe museali del Museo Etnografico della provincia di Belluno e del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, il secondo è a cura di Marco D'Aureli, Conservatore del Museo della Terra di Latera (VT).
Bellato e Da Deppo hanno affrontato il tema attraverso la newsletter dei musei etnografici del Veneto ( per consultarla ed iscrivervi potete seguire questo link ) ed hanno anche promosso un sondaggio diretto a tutti i direttori di musei DEA, mentre le due interviste di Marco D'Aureli sono state pubblicate nel #4 di am-antropologia museale, ma vogliamo riproporle oggi per aprire un dibattito sul tema. Vi invitiamo a partecipare scrivendo la vostra opinione o raccontando le vostre esperienze alla redazione del sito (
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) e i vostri interventi saranno pubblicati in queste pagine.
Conservazione e restauro del patrimonio etnografico materiale - a cura di Elisa Bellato e Iolanda Da Deppo
Sul restauro: punti di vista (151.75 kB). Marco D'Aureli intervista Domenico Agostinelli e Mario Turci
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Conservazione e restauro del patrimonio etnografico materiale |
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a cura di Elisa Bellato e Iolanda Da Deppo
Museo Etnografico della provincia di Belluno e del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi
Premessa
È con una certa titubanza che affrontiamo il tema della conservazione materiale del patrimonio di interesse etnografico. L’ambito è vastissimo e anche complicato, ogni chiave di lettura richiederebbe adeguate premesse e ampie argomentazioni. Inoltre le pratiche diffuse tra i piccoli musei di cultura materiale non sono ancora state prese in considerazione con la dovuta attenzione. Il testo che segue vorrebbe allora solo introdurre l’argomento, focalizzandone alcuni aspetti: il restauro etnografico è da considerarsi autonomo o si inserisce in una tradizione più vasta. Esistono delle linee guida imprescindibili? Quale può essere il ruolo di coloro che ruotano attorno ai musei etnografici e delle loro competenze, frutto di esperienze di vita?
È già in programma una ulteriore occasione di approfondimento, che vedrà il contributo delle Soprintendenze e dell’esperienza diretta dei responsabili dei musei etnografici. Ogni opportunità di confronto al riguardo ci appare preziosa, soprattutto in quanto rara.
Indice
1. I limiti della libertà
2. I beni DEA e la teoria del restauro
3. Pratiche virtuose
4. Libertà creativa da imbrigliare
5. Nota bibliografica
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1. I limiti della libertà |
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In ambito etnografico sembrano permanere aree di terra franca, spazi operativi, strategici e inevitabilmente anche teorici, liberi da ogni regola o riferimenti codificati. Uno di questi è sicuramente il settore relativo alla conservazione e al restauro dei beni.
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2. I beni DEA e la teoria del restauro |
L’inserimento nel campo della tutela dei beni DEA e di cultura materiale ha costretto ad una parziale revisione delle posizioni del restauro critico, che fondava la sua teoria sull'artisticità del bene oggetto del restauro. Le nuove tipologie di patrimoni portano naturalmente a privilegiare l’attenzione per la conservazione materiale oltre che formale degli oggetti tutelati, a prescindere dal valore artistico di questi. All’origine della totale autonomia di cui sembra godere l’ambito etnografico rispetto alla questione della conservazione si può rintracciare però forse proprio la sua iniziale esclusione dal ricco dibattito teorico sul restauro.
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Conviene allora restare ai margini di un percorso codificato e controllato di tutela dei beni culturali? Sicuramente, l’ambito DEA ha delle proprie specificità che rendono necessarie delle distinzioni rispetto alle procedure previste per le altre tipologie di beni. Ma la vasta esperienza che caratterizza ormai il settore storico artistico nel campo della conservazione suggerisce di prendere ispirazione da questo per molti degli aspetti già analizzati e sperimentati.
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